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Con l’iPad crea scenografie e installazioni di videoart. Intervista a Serena Zaniboni

14-09-2021

Di Noemi Adabbo

Serena Zaniboni ha fatto della sua vita un’arte, non solo letteralmente, ma anche e soprattutto, visivamente parlando. Un’arte dalle tante sfaccettature e inclinazioni, per un contatto con la realtà che non risulti mai scontato. Artista poliedrica, Serena spazia dall’illustrazione alla pittura, dalla musica al body painting e tramite il video mapping ci accompagna in un’osservazione di ciò che ci circonda che non necessita dell’uso delle parole.

In attesa di averla con noi alla prima serata di About Stories, la nostra rassegna di eventi a Porta Pratello, l’abbiamo raggiunta. Ci ha raccontato nel dettaglio i punti cardine della sua carriera artistica e quelli salienti della sua forma d’arte, che non è solamente una ma ne abbraccia tante.

Questo giovedì 16 settembre alle ore 20 dilagherà insieme alla regista e sceneggiatrice Margherita Ferri e alla fotografa Francesca Sara Cauli. A seguire, ci farà sognare con il suo show di live digital painting e videoart.

Qui il link all’evento.

Parlami del tuo percorso professionale che so aver toccato diverse fasi e inclinazioni. Com’è nato tutto?

«È stato un percorso variegato che ha unito diverse discipline. Nasco come illustratrice e pittrice, avendo fatto il liceo artistico, seguito da educazione professionale psichiatrica a Imola, un corso di medicina, paramedico, per esercitare arteterapia e musicoterapia quindi discipline didattiche inerenti la riabilitazione per aiutare le persone ad esprimere e gestire le proprie emozioni. Ho sempre dipinto, producendo quadri, illustrazioni. Poco più tardi, a 23 anni ho scoperto il mondo della musica, che mi ha grandemente affascinata. Da allora, ho incominciato a studiarlo, cimentandomi in particolare nel canto ma senza mai abbandonare l’altra parte di me, quella dell’illustrazione e della pittura. Due attività che richiedono molto tempo ciascuna in termini di dedizione che conducono irrimediabilmente a una scelta: è stato lì che ho capito di dover unire le due discipline, per far capire al pubblico ciò che si celava nelle mie performance. Così ho iniziato con il body painting che vede la pittura accompagnata dal corpo, a sua volta seguito dalla musica».

 

Come ti sei avvicinata all’arte digitale?

«Durante i concerti dipingevo su tela, ripresa, ma ancora non conoscevo a fondo il mondo del digitale. Per tanto tempo ho condotto i miei spettacoli in questo modo, cercando una modalità migliore per unire queste due realtà per me inscindibili. Fino a che ho capito che potevo farlo con la tecnologia al fine di mandare un unico messaggio. Il primo esperimento risale al 2010 con uno spettacolo dedicato a Lucio Dalla, Musica per i tuoi occhi, in cui ne illustravo tutti i brani mentre ne cantavo la storia. Qui, erano ancora proiezioni normali, classiche. Qualsiasi superficie, come un muro o una parete, può essere investita da una proiezione, concedendo un effetto tridimensionale. Con il video mapping ho approfondito il tema della scenografia: l’iPad è collegato a un software che si mixa con il visual per poi essere proiettato dove si vuole. È come avere una tela o un quadro che invece che fisico risulta virtuale».

Quali sono le tue influenze artistiche? Da dove trai ispirazione, oltre che per i tuoi lavori, anche per la tua pittura? 

«Il mio approccio artistico è sempre stato di base molto grafico perché amo i contrasti e i colori. Ho sempre avuto un tratto molto fumettista ma non l’ho mai approfondito perché non era quello che volevo fare, nonostante abbia frequentato l’accademia Comics di Reggio Emilia. Mi ritengo più un’illustratrice e un artista che ammiro tanto è Milo Manara, soprattutto per i soggetti femminili che riproduce e al quale mi sento molto vicina perché amo la figura femminile in quanto fa parte della mia essenza che in questo modo rivivo e che spesso riproduco. Dal punto di vista della pittura non ho uno stile nel particolare alla quale mi sia affidata. Sono sempre stata istintiva in questo. Ammiro molto la street art tra cui Ericailcane. Passo dall’underground a Van Gogh. Ho studiato veramente di tutto e continuo a farlo. Studio sempre».

 

E il genere musicale che utilizzi di più durante le tue performance o che più ti si avvicina?

«Dal punto di vista musicale ho un background molto vario che passa dal jazz alla musica elettronica, fino al black quindi r’n’b, hip hop e new soul insieme a tutto il repertorio anni 90,  da buon nativa del 1984. Anche tutto il mondo dell’elettronica e della dance come il new wave, la grunge, il punk. Tutto deriva, alla fine, da musica più antica che risale agli anni ‘30 e scorre da lì in avanti. La musica che faccio è una miscela di tutto questo e non può definirsi in un solo genere. Essendo italiana porto con me anche tutto il cantautorato italiano come Lucio Dalla, che amo, e Pino Daniele, Francesco De Gregori, Franco Battiato. Ora sta uscendo il nuovo disco, più elettronico e italiano, e nel 2019 è uscito un altro Ep».

Dimmi di quest’ultima uscita…

«Sono partita dall’Irma Records, etichetta storica, e ora sono entrata a far parte di questa etichetta bolognese giovane molto dinamica, Miraloop, con cui produrrò questo nuovo disco che uscirà in inverno e di cui sto già portando in giro 3 – 4 brani. In accostamento è presente anche il mio progetto ZE HOP».

 

È una linea d’abbigliamento, giusto?

«Esatto. È nato come brand musicale dopo essere stata a Berlino un paio di mesi e aver assistito ad un live di questo gruppo, i New Citizen, di cui ancora faccio la cover che si chiama The Hop: la the è diventata ze e io di cognome faccio Zaniboni quindi il collegamento è venuto spontaneo. Durate il lockdown ho disegnato quest’immagine che riproduce un tortellino con il sedere e ho pensato di farne delle magliette: ho racchiuso l’essenza della Bologna godereccia in un esempio simpatico».

 

Direi perfettamente in linea col mood di Bologna, lo stesso Guccini la descriveva come una matrona dai fianchi un po’ molli.

«Esatto e anche il particolare del nudo deriva un po’ dal fatto che mi piace Manara: il corpo femminile di per sé è più armonioso e bello da guardare e riprodurre oltre a rappresentare la creazione».

Rimanendo su Bologna, quanto c’è della città nei tuoi lavori e come li influenza?

«Tantissimo. Fondamentalmente sono nata a Bologna, le sono molto legata. Dal punto di vista artistico, Bologna è una città estremamente romantica e d’ispirazione, basta guardarla di sera. E poi ha sempre respirato quell’aria di libertà e anticonformismo e di contro informazione, di cose di nicchia, di cose che nascono. Parti da piccole cose, piccoli eventi, poi negli anni ti ritrovi a farne davvero tanti. Ho e ho avuto l’onore di collaborare con artisti e musicisti della scena nazionale e internazionale tra cui, tornando a Dalla, il maestro Beppe d’Unghia, suo pianista e arrangiatore storico con il quale abbiamo creato uno spettacolo in cui utilizzo le tecniche visual che porterò anche all’evento del 16 settembre attraverso le quali vado a riprodurre tutti i brani di Lucio in un concerto senza parole dove il palcoscenico è tenuto dalla potenza evocativa delle immagini e della musica, infatti si chiama Evocation».

 

Se ci vuoi anticipare qualcosa sull’evento del 16 settembre, qual è il punto cardine di tutto lo spettacolo?

«Certo. Inizierà tutto con un’illustrazione, creata durante il lockdown, contestualizzata tramite la figura femminile e dedicato proprio al suo coraggio e alla potenza artistica delle donne, soprattutto di quelle che in questo momento sono oppresse nel mondo attraverso la violenza e la violazione dei loro diritti, ricordando che ci sono anche donne che combattono, come in Afghanistan. Quindi i punti salienti risiedono nel momento storico e nella figura appunto femminile e in questo messaggio che possa far aprire gli occhi e le orecchie. Perché oggi si muore ancora solo per un’immagine».

Rispetto al messaggio, tu cosa vorresti che arrivasse? C’è di base un’idea, un principio, che vorresti trasmettere o lasci alla libera interpretazione coerentemente con quella che è la natura intrinseca della tua arte, libera, versatile e di movimento?

«Per me la caratteristica vincente di questa tipologia di performance è la musica che entra dentro le persone e comunica degli stati d’animo, delle sensazioni e dei ricordi, che unita alle immagini diventa un messaggio più completo. Ovviamente io do il mio senso, di quello che sento, che ho voluto disegnare e creare attraverso i video e che rappresenta il mio stato d’animo che non sta fermo e che viaggia tra queste sensazioni dall’inizio alla fine. Il messaggio però è di libera interpretazione: le persone possono lasciarsi andare alla musica, ai tratti della penna, agli odori e al ritmo delle immagini. Il concetto risiede non in qualcosa di statico ma in divenire, perché dinamico e ricco di input e quindi comunicazione. Il ritmo delle immagini, i colori, la luce che pulsa, conferiscono qualcosa di più grazie al digitale».

 

Quindi che contributo possono dare la tecnologia e il digitale all’arte oggi? Dà soltanto o toglie anche?

«Questa è una bella domanda. Ci sono tanti pro e tanti contro. Il digitale indubbiamente ha contribuito a velocizzare e a rendere più fruibile, e in modo più semplice, l’arte, sia per chi la fa che per chi l’accoglie. Il digitale aiuta tanto ma prima ci deve essere una formazione di base senza la quale non si può fare nulla e bisogna quindi stare attenti a non cadere in questa facilitazione perché il rischio di tutta questa velocità è di cadere nel superficiale e nell’effimero: non abbiamo più tempo per andare a vedere una mostra. Abbiamo perso il tempo e non ne abbiamo più nemmeno per depositare idee. Guardiamo le immagini sempre meno, aspettando che un’altra, successiva, ci colpisca ancora di più e subito. Il tecnocentrismo riduce l’uomo a una macchina che se smette di funzionare si cambia. Si rischia di perdere l’essenza di tutto. Non tutti hanno ancora voglia di andare a vedere uno spettacolo e goderselo per tenerselo dentro. Ma c’è chi ancora lo fa».

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