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The Burning Field. Storie dalla più grande discarica abusiva di rifiuti elettrici della Terra

11-10-2019

Di Martina Fabiani

Un paesaggio suburbano qualunque ripreso dall’alto è la prima immagine che si presenta agli occhi dello spettatore in The Burning Field di Justin Weinrich, pellicola inserita nel programma di Terra di Tutti Film Festival, che si svolgerà a Bologna e Firenze dal 10 al 13 di ottobre.

Il festival di cinema sociale, promosso dalle Organizzazioni Non Governative di cooperazione internazionale allo sviluppo WeWorld Gvc Onlus e Cospe Onlus, si pone l’obiettivo di puntare i riflettori sulle grandi piaghe che colpiscono i vari sud del mondo con un approccio critico e documentaristico.

The Burning Field è reduce dal Festival CinemAmbiente di Torino (premio Asja.energy al miglior documentario internazionale) e concorre per il Premio Senni. Verrà proiettato al cinema Lumière domenica 13 ottobre alle ore 18 per la rassegna Visioni d’Africa.

Sono le immagini a parlare nei primi cinque minuti del film, funzionali ad introdurre lo spettatore nello scenario che verrà minuziosamente descritto nel corso della pellicola. Primi piani di forti braccia nere impegnate a martellare oggetti, e poi i volti e i corpi.

Non solo ritratti, ma anche fotografie di oggetti: cavi elettrici, televisori, condizionatori, computer e qualsiasi altro tipo di dispositivo elettrico o elettronico. Ce sono migliaia. Il luogo è il Ghana, più precisamente Agbogbloshie, sobborgo di Accra, dove si trova la più grande discarica abusiva di rifiuti elettrici della Terra.

La produzione annuale di Electronic Waste si aggira attorno alle 40 tonnellate e la maggior parte di questi rifiuti proviene da Stati Uniti, Unione Europea e Cina.  Il Ghana è oggi al tempo stesso un importante centro di recupero e smaltimento di rottami elettronici e una discarica inquinata a cielo aperto.

Qui lavorano uomini, donne e bambini provenienti dalle più disparate parti del Paese; lavorano dalla mattina alla sera, senza alcuna tutela e perennemente esposti ad alti gradi di tossicità e inquinamento.

Dietro grossi nuvoloni di fumo si nascondono le fattezze dei quattro protagonisti.

La pellicola di Weinrich descrive una tipica giornata ad Agbogbloshie, scandita da una fascia oraria che va dalle otto del mattino alle quattro del pomeriggio circa. I quattro giovani raccontano in prima persona l’organizzazione del lavoro, ma anche stralci della loro vita e dei loro sogni.

Fuseini Banda ha 14 anni e il suo compito è quello di separare i metalli.

Mohammed Awal, invece, trascorre la giornata bruciando frigoriferi, dopo aver separato schiuma e isolamento per poter poi estrarre il rame; prima di finire ad Agbogbloshie, Mohammed andava a scuola, ma le tasse erano diventate troppo esose. Entrambi i ragazzi raccontano di come il fumo spesso metta a repentaglio la salute, provocando loro dolori e malanni fisici. Maneggiano tutto il giorno oggetti di cui ignorano la provenienza. Non conoscono il mondo fuori dal loro perimetro. Vorrebbero viaggiare, ma non lo hanno mai fatto.

Poi c’è Rukaya, ha sette anni e vende acqua dall’alba al tramonto e quando non è impegnata in questa attività, si prende cura di un bambino. “Here we don’t get to play” , racconta, mentre di notte sogna come sarebbe tornare al nord, dove le persone si divertono e giocano. Ha un’amica del cuore, con lei si confida e trascorre gran parte del tempo.

Issak Mohammed, invece, ha 13 anni e viene da una città chiamata Bole. In seguito ad un litigio dei suoi è finito ad Accra, dove passa in rassegna le ceneri con un magnete, sperando di attrarre metalli rimanenti per poi venderli.

La macchina da presa segue i quattro soggetti in maniera molto ravvicinata, talvolta li anticipa mostrando attorno ad essi uno scenario di desolazione e fatica. Accanto alle loro voci, c’è il rumore delle scintille e del continuo sferragliare, lo sgorgare dell’acqua. La fotografia cattura le fatiche dei corpi, i dettagli degli oggetti, l’offuscamento del paesaggio provocato dai falò e la speranza negli occhi dei personaggi.

I protagonisti trascorrono le giornate lavorando in mezzo a fumi tossici, per pochi cedis all’ora. Le loro giornate sono ripetitive, angoscianti e sembrano lasciare poco spazio ad un futuro diverso. Eppure accanto a crude riprese di una quotidianità stagnante, trapelano i sogni e le ambizioni dei giovani.

Il regista fa uso di voci fuori campo per raccontare che oltre a delle braccia prestanti, i quattro protagonisti sono anche altro.

Issak sembra avere le idee chiare: ama la matematica, vuole finire la scuola e diventare avvocato o banchiere, viaggiare e conoscere il mondo. Rukaya, invece, è ancora piccola e non sa cosa diventerà, forse una sarta. Fuseini vorrebbe fare il meccanico, sa di non essere pigro e di lavorare duramente. Mohammed ha una moglie e un figlio, gli mancano e il suo pensiero va spesso a loro.

Sono uomini e donne nati probabilmente nel posto sbagliato, eppure che non hanno perso la speranza. “Our Lord, lift the torment from us, we are believers”, è il verso del Corano 44:8-12 riportato a inizio pellicola. Sono persone che credono, credono che qualcos’altro accadrà nonostante tutto.

La pellicola di Weinrich invita a riflettere sul tema scelto per il Terra di Tutti Film Festival (“Voci dal mondo invisibile”): raccontare ciò che siamo, quello che facciamo e come le conseguenze delle nostre azioni si riflettano su tutto il mondo. Affinché possiamo essere più consapevoli, e più umani.

 


Anche quest’anno siamo media partner del Terra di Tutti Film Festival.

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Qui trovate il programma completo.

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