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Caro 2020 ti scrivo. Le lettere arrivate in redazione

04-01-2021

Di Redazione
Foto di Silvia Santachiara

In queste settimane abbiamo lanciato una domanda, Che fine ha fatto la felicità?, cercando risposte da parte di artisti e personaggi della Bologna Creativa per sentirci meno soli e condividere alcune delle emozioni collettive che ci abitano.

Il tema ha scatenato diverse riflessioni e ci sono arrivate alcune lettere in redazione, due le pubblichiamo qui.

 

Lettera al 2020 (o a qualsiasi altro anno)

di Federica Gitto

Caro 2020,

Senza giri di parole, sei stato un trauma indelebile: sei stato l’anno della pandemia, l’anno in cui sono successe cose brutte e serie. Per varie ma omogenee ragioni, tutti ci siamo sentiti di doverci rivolgere a te (non specifico con quale tono) come interlocutore ultimo di questo enorme ritiro spirituale forzato che sei stato. Molti, nei famosi bilanci finali, hanno detto che ci hai fatto ritrovare noi stessi: io non sono d’accordo. Per chi cerca di vivere una vita piena e profonda, il dialogo con sé stessi non è una novità. Ma, certo, tutto questo tempo vuoto, in effetti, faceva riflettere. E allora dai, ti scrivo.

Non credo che un qualsiasi pensiero che venga rivolto a te non sia fungibile. Ogni 31 dicembre, puntualissimi, ci carichiamo di infinite aspettative su ciò che verrà, idolatriamo quello scoccare della mezzanotte attribuendogli un potere celestiale, quello di farci diventare le persone migliori che delineiamo nei nostri propositi. Quest’anno più di tutti, forse, c’erano le ragioni per farlo.

Ma la verità, senza la pretesa che sia assoluta, è che vige il principio di inerzia. Ogni fine trova la sua continuazione naturale in un momento che noi chiamiamo “nuovo inizio”, ma che è solo la successiva sequenza. C’è un vero stacco? No, non lo credo. Le rivoluzioni si costruiscono, sono l’epilogo di processi lunghi e compositi. Figuriamoci le rivoluzioni delle nostre esistenze: inorridisco di chi brandisce cambiamenti basati sul semplice turnover del calendario al muro. Guarda l’Italia, guarda gli Italiani, guarda il dialogo in Parlamento. Diventare migliori è una meta a conclusione della salita ripida, non il contenuto di un decreto da noi stessi emesso.

Mi hai fatta invecchiare di dieci anni in soli dodici mesi, sono stanca. Va da sé che non parlo di stanchezza fisica. Ho trovato la felicità in quest’anno? Sì, ed è stata così rara e altalenante, che quando vi sono approdata, era vera.

Non mi piace l’ottimismo facile. Sia chiaro, non stigmatizzo chi ha visto un figlio nascere quest’anno, chi ha trovato la sua persona, chi si è laureato, chi ha raggiunto una qualsiasi tappa importante: come posso stigmatizzare chi ha trovato isole di felicità quando i nostri occhi, per tutto l’anno, sono stati riempiti di fatica, dolore, angoscia, paura?

Io mi riferisco a chi ha preferito e preferisce non vedere la “nuvola di smog” che descrive Italo Calvino, che, per quanto dolorosa alla vista, c’è, esiste, è lì. Abbiamo l’ossessione della felicità, l’incapacità di ammettere che possiamo essere tristi, nella vita, anche per mesi.

Quest’anno per me era pieno di aspettative. Il mio ultimo di cinque anni di università (facendo gli appositi scongiuri), cinque anni faticosissimi ma stupendi. Cinque anni di spola tra Bologna, la mia città universitaria, e Milazzo, una cittadina in provincia di Messina, che fino a diciotto anni di vita è stato tutto il mio mondo, e dopo è stato un tassello affezionatissimo del mondo, che ho scoperto essere grande e pienissimo di cose da scoprire.

Quando dico che Bologna è la mia città universitaria, in quel “mia” non c’è un mero aggettivo possessivo. C’è tutto l’affetto più profondo per la città che mi ha dato tutto quello che mi poteva dare, oltre ciò che io – uscita dalla provincia – avrei potuto immaginare.

La stessa Bologna che ho rivisto vuota a marzo. Mi affacciavo alla mia finestra di Via Guerrazzi, nelle prime sere di primavera, che normalmente avrei assaporato sui colli, ai giardini Margherita, nelle vie dove amo passeggiare; proprio passeggiando, al primo anno, avevo scoperto la città, semplicemente macinando i chilometri. Bologna l’ho vissuta dalla mia finestra. In primavera, ha una luce stupenda; il colore del sole si sovrappone al giallo, all’arancio e al rosso delle case e dei portici. È un abbraccio caldo che ti avvolge, si somma al primo tepore della stagione. Giravo la testa da un lato, e intravedevo il verde dei colli, sopra Porta Castiglione: con la mente, ero a San Michele in Bosco. Poi mi voltavo dall’altra parte e intravedevo il Portico dei Servi, Piazza Aldrovandi. Per dei mesi, ho lavorato di immaginazione per sentirmi in luoghi che erano esattamente sotto casa mia.

E poi l’autunno del 2020, e la sensazione di dispiacere, provata solo pochissime altre volte, nel vederla così spenta. In questi mesi ho sempre fatto volontariamente il giro lungo per tornare a casa: passando da Piazza Maggiore, costeggiando il Crescentone, per poi infilarmi nel Quadrilatero e su per Piazza Minghetti (a immaginarmi i mercatini francesi), via Farini e Via Santo Stefano. Tutto nel silenzio; unica colonna sonora, l’immancabile rumore di ferraglia della mia affezionatissima bicicletta.

Poi di nuovo nella provincia siciliana. A Capodanno ho fatto una lunga passeggiata in solitaria. Ho ripercorso il lungomare; arrivata al quartiere dei pescatori, ho visto una cosa che mi ha colpita: il gruppo di panchine disposte a ferro di cavallo, di solito perennemente presidiate dal solito secolare drappello di vecchietti, che neanche il temporale li schioda, era vuoto. Poi mi sono inerpicata su per le scale del Borgo Antico di Milazzo e, dall’alto ho visto il luccichio di luce sulla distesa blu, un aliscafo diretto verso le Isole Eolie. Ho tolto la mascherina e ho respirato.

Ecco, una cosa te la concedo: ho riassaporato i luoghi della mia quotidianità. L’altro giorno, qui in Sicilia, mi ha beccata la pioggia, mi sono rifugiata sotto un balcone. In strada non c’era nessuno, nessun rumore, nessuna voce. In quel momento, appoggiata al muro di quel palazzo, ero io con la mia città.

Ci siamo illusi che la vita sia continuata. Il computer è stato il nostro mondo. Ma queste dimensioni sospese, queste città sospese, questo tempo sospeso, hanno generato dei noi sospesi.

L’Italia ha perso tante persone, con numeri che non si contavano dall’ultimo conflitto mondiale. I carri dell’esercito a Bergamo sono un’immagine che non potrò mai cancellare. Tante persone hanno perso la loro fonte di guadagno. Tutti abbiamo visto le nostre vite limitate. Non sono state lanciate bombe, ma attorno a noi c’è un paese ferito. Più che con l’affanno di cambiare pagina e lasciarsi tutto alle spalle, coprendo tutto sotto un bel telo, le crisi si risolvono affrontandole. La nuvola di smog di Calvino non tutti hanno accettato di attraversarla.

“Non possiamo tornare come prima perché prima era il problema”: uno degli slogan apotropaici di marzo. Sai perché questa lettera sarà valida anche per il futuro? Perché noi funzioniamo così: esorcizziamo la paura del fuori programma con degli eureka, riportando in sentenza la ragione di ciò che stiamo vivendo, perché noi l’abbiamo trovata, sì, e adesso possiamo ripartire. Ma come? Dove? Quando?

Sai cosa penso? Che ci risentiremo tra qualche anno e la “magia” di un nuovo anno non si sarà avverata. Perché, sai, c’è poco da fare: puoi benissimo dare una mano di stucco a una crepa nel muro, ma se la crepa è profonda, va ricostruito tutto. E questo mette entusiasmo in prima battuta, come dopo le elezioni, quando il nuovo partito al comando grida alla ripartenza. Ma si conclude sempre all’italiana. Uno lavora, gli altri guardano.

Faccio fatica a capire come prendere commiato da te. Allora farò d’istinto: senza troppi drammi, ti rivolgo un cordiale saluto.

“E scrissi che sì, ancora c’era chi viveva fuori della nuvola di smog, e forse ci sarebbe sempre stato, chi poteva attraversare la nuvola e soffermarcisi proprio nel bel mezzo e uscirne, senza che il minimo soffio di fumo o granello di carbone toccasse la sua persona, turbasse il suo ritmo diverso, la sua bellezza d’altro mondo, ma quel che importava era tutto ciò che era dentro lo smog, non ciò che ne era fuori: solo immergendosi nel cuore della nuvola, respirando l’aria nebbiosa di queste mattine (già l’inverno cancellava le vie in un’indistinta bruma), si poteva toccare il fondo della verità e forse liberarsi”.

Italo Calvino – La nuvola di smog

 


La felicità relativa, quella del “nonostante tutto”, dell’accettazione e del compromesso

di Michele (Delef)

In un anno come questo, in cui gli assi cartesiani si sono ribaltati, i metri di paragone non si distinguono più, e i punti fermi hanno subito una scossa, riflettere sulla felicità è una sfida dolce, naive, ma assolutamente opportuna.

Mi guardo intorno e tutto quello in cui credevo è oscurato, come in un’eclisse, la cultura arranca, l’odio ne approfitta, la diffidenza e il distacco sono l’unica arma di sicurezza, tutto sembra in pausa, giri per le strade e sembra sempre una domenica di agosto. Uno Youtuber paragonava le nostre città ai quadri di De Chirico, e mi sembra un paragone azzeccato.

Allora dov’è finita la felicità? Nonostante mi sia sempre piaciuto fare il guru naive con gli amici, parlare di Speranza Attiva, di attitudine positiva, cercare sempre il lato migliore delle cose, ma sempre proiettato verso gli altri, in queste poche riflessioni non posso che guardare ciò che per me è stato #felicitá in questo anno. Vale per me, ma qualcun altro potrà non condividere lo stesso punto di vista.

Felicità per me è stato riuscire a portare avanti il piccolo sogno da musicista, nonostante la pandemia, il lavoro in smartworking, e i locali chiusi, nonostante i 31 anni che sembrano valere 90 nel mondo della musica. Pubblicare canzoni, pubblicare video, collaborare, scambiare pensieri, utilizzare e mettere alla prova la propria creatività, è questo che ha riempito il mio lockdown e quello dei miei compagni di viaggio. Felicità è esprimere qualcosa di artistico nel mezzo del caos, imprimere in questo tempo deprimente un segno di resistenza, di “non mi voglio fermare”, di accettare i compromessi e riuscire comunque a fare qualcosa, nella direzione migliore, utilizzando al massimo le poche risorse a disposizione. E ai giudici della nostra testa che condannano sempre tutto: un sonoro “Vai a quel paese”.

Non è una felicità assoluta, estatica, non ci si può rallegrare sapendo tutto quello che sta accadendo intorno, vicino, lontano.
Non è la felicitá piena che tutti quanti sempre cerchiamo di raggiungere, creando corto circuiti che spingono sempre più in basso.

Ma ho imparato la felicità relativa, quella del “nonostante tutto”, quella dell’accettazione, quella del compromesso. Anche quella è felicità, e anche quella è ugualmente autentica, fragile, preziosa, da custodire.

La felicità è nel nostro piccolo mondo, con chi riusciamo a crescere, a collaborare, è nell’esaltare il proprio percorso e non i risultati, è nel riconoscere che nonostante tutto, abbiamo ancora un altro battito di cui approfittare.

 


Che fine ha fatto la felicità?

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