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“Pensa che cretino che è l’amore”. Il poeta “pop” Luca Gamberini torna in libreria

26-03-2021

Di Paolo Panzacchi

Luca Gamberini, il poeta che regala parole scritte con una Olivetti Lettera 22, torna in libreria. Pensa che cretino che è l’amore, edito Mondadori è il suo nuovo libro in uscita il 30 marzo. Luca ci prende per mano e ci fa viaggiare tra i sentimenti e sensazioni davvero senza tempo, tutto senza mai perdere d’occhio lo sfondo; una Bologna vestita a festa che ci parla di vita, come solo lei sa fare.

Ci aveva già raccontato delle sue poesie espresse. Una vera e propria performance dove i passanti gli si siedono di fronte e lui scrive una poesia, per loro, scritta lì al momento, da portare a casa (anche) come ricordo. Dopo un paio d’anni, il progetto è evoluto e sono state tante le occasioni per scrivere poesie su richiesta: dopo il Salone Internazionale del Libro a Torino e Tper che gli ha chiesto di scrivere poesie per il giorno di San Valentino alla fermata di via Rizzoli, ha iniziato a proporre la performance anche in musei, gallerie d’arte, collezioni private.

Luca Gamberini #poesiaespressa

La prima domanda che mi è venuta in mente quando dovevo preparare la nostra intervista è una di quelle più intime, di quelle che mi pongo quando ho davanti una persona che mi interessa, che mi suscita curiosità. Chi è Luca Gamberini?

«Luca è prima di tutto un lettore. Sono uno di quegli autori che ritiene importante e fondamentale la lettura per poter dare il meglio in fase di scrittura, leggo sette, otto libri al mese. Non sono un lettore fedele ad un unico genere, leggo di tutto, i primi nomi che mi vengono in mente sono Elisa Ruotolo e Silvia Avallone. Quando parliamo di poesia nello specifico prediligo autori italiani, nella narrativa, invece leggo con piacere anche autori stranieri. Anche nella mia esperienza da blogger ho letto e raccontato ciò che ho avuto tra le mani con severità, approfondendo e prestando attenzione particolare alla parola.

Non solo poesie, non solo parole però, amo sperimentare. Ho affrontato anche gli aspetti visivi, con la fotografia e l’unione di questi con la parola; tutto pur di arrivare al profondo senso delle cose in ogni modo, anche nel più insolito, rifuggendo le etichette nel modo più netto».

 

Parliamo del tuo terzo appuntamento in libreria, ovvero, Pensa che cretino che è l’amore appena uscito per Mondadori. L’ho trovato innovativo, specialmente per la scelta di suddividerlo in capitoli dal forte impatto evocativo.

«Per prima cosa devo dare grande merito alla mia editor in Mondadori, Marilena Rossi, devo a lei la struttura definitiva del romanzo così come potete oggi stringerlo tra le mani; è stata lei infatti a spingermi ad andare oltre alla mia idea iniziale incentrata principalmente sul tema del rimpianto.

Mi fa piacere tu abbia menzionato i capitoli nei quali il volume è suddiviso, ti svelo un piccolo segreto, se guardi bene l’indice e lo leggi tutto d’un fiato potrai capire che è una poesia. I capitoli affrontano vari temi ai quali sono legato e che ho voluto inserire in questo volume.

Ci sono molti tributi a ciò che ho scritto in passato, anche a #poesiaespressa, anche a Tra Venere e le sirene un monologo che ho scritto dedicato al tema dei migranti, nello specifico mi sono ispirato alla storia del piccolo Alan Kurdi, il bambino siriano di tre anni morto in mare durante il tentativo di arrivare in Europa dalla Turchia. Un’altra cosa alla quale tengo in maniera particolare è la dedica che ho messo all’inizio del libro, ovvero “Ai nonni, e affini. Poeti inconsapevoli”.

L’amore e i rimpianti sono temi comunque centrali in questo libro e occupano una parte importante. Per scelta ho deciso di non inserire la pandemia come blocco a sé stante, ci sono richiami sparsi tra un capitolo e l’altro, l’unico rimando diretto ho voluto farlo per una motivazione specifica: parlare di speranza nel tempo che ci attende una volta che tutto questo sarà superato. Bologna fa da sfondo a Pensa che cretino è l’amore, così come parte integrante del quadro complessivo è la musica, leggendo infatti si possono trovare Cesare Cremonini, Lo Stato Sociale e non solo.

Una piccola curiosità che voglio dirti è che il libro inizia con la parola “Arrangiarmi” e finisce con “Sono uno stronzo”, questo è un piccolo sberleffo, quasi una bonaria pernacchia a tutti i poeti. Il mio intento principale è quello di avvicinare le persone alla poesia, anche chi non ne fruisce poiché la avverte come qualcosa di distante, l’idea è quella di una poesia “pop” che possa essere apprezzata in maniera universale e che possa avere un significato per tutti».

Luca Gamberini

Un tema che abbiamo definito come centrale è l’amore, nella poesia è uno dei temi ricorrenti. Cos’è per te?

«Se devo essere sincero non l’ho ancora capito a fondo, posso dirti che so perfettamente di averne bisogno, anche se non so accettarne i compromessi. È qualcosa di essenziale nella vita di ognuno di noi e proprio per questo non lo si può affrontare in maniera superficiale. Una delle cose che ho capito è che si scrive meglio da single, l’amore ti scotta, è qualcosa che si fa fatica ad affrontare e va maneggiato con cura. Scrivere d’amore è davvero complesso e si rischia di bruciarsi come autore, è un tema che ti mette a dura prova e può apparire come una partita persa in partenza».

 

Abbiamo detto che Bologna è lo sfondo di Pensa che cretino che è l’amore, è la città principale che citi nel tuo libro? Che rapporto hai con Bologna?

«Non cito solo Bologna, c’è anche Milano. Bologna, però, è davvero centrale per me, in ogni cosa. Mi verrebbe quasi da dire che Bologna per me sia tutto, pensa che in ogni evento che faccio l’ultima poesia che leggo o della quale parlo è sempre dedicata alla mia città. I miei genitori si sono conosciuti il 2 agosto del 1980, una data che per la nostra città è come se fosse uno spartiacque, per molti quel giorno significa morte, per me ha anche un altro significato.

Bologna è madre e Pasolini è padre, questo lo dico per darti un’altra chiave di lettura e per farti comprendere ancor di più quanto la città sia importante per me. Ho voluto facesse da sfondo in modo netto a questo libro e in generale alle cose che scrivo per portarla ancora di più all’attenzione del grande pubblico».

Luca Gamberini | Foto di Luca Bolognese

La scrittura è qualcosa che assorbe energie, che richiede tutte le energie e le forze di chi vi si accosta. Dove e come nasce questa tua passione?

«Nasce in maniera piuttosto strana. Un pomeriggio di parecchi anni fa stavo guardando Domenica In alla televisione, Jimmy Fontana stava cantando Il mondo e il testo era come se non mi convincesse, allora mi sono messo ad abbozzare una sorta di testo alternativo. Anni dopo ho ritrovato quel testo e da lì ho ricominciato a scrivere. Ti dirò di più, per la mia prima dichiarazione a una ragazza che mi piaceva e che, in amicizia sento ancora, ho scritto una poesia A te che sei e sarai.

Anche la macchina da scrivere è uno strumento con il quale ho familiarità sin da quando ero un ragazzino e mi ha sempre affascinato. Nel 2014 ne ho comprata una su eBay, uguale a quella di Pier Paolo Pasolini, l’acquisto è stato dettato dalla volontà di avere un complemento d’arredo di mio gusto. Un giorno ho preso un foglio e l’ho inserito in quella macchina, ho scritto qualche riga e da quel momento non ho mai smesso di utilizzarla. Il rapporto con la scrittura è centrale per me, è qualcosa che non disdegno a definire speciale, inoltre portare la scrittura in ogni canale passibile, dalle strade, ai portici fino ai social network».

Luca Gamberini #poesiaespressa

Un’altra cosa che voglio chiederti e che mi ha molto incuriosito è relativa a #poesiaespressa, che cos’è e come nasce?

«È qualcosa che nasce per la promozione del mio secondo libro, Un etto d’amore (Lascio?) edito da Ensemble. Sono state Silvia e Chiara, due amiche, a spingermi verso questa cosa e a utilizzarla come strumento per scrivere poesie per le persone. Poi ha iniziato quasi a vivere di vita propria, #poesiaespressa è passata per La fabbrica del vapore durante Book Pride a Milano, al BUK a Modena, fino ad approdare anche al Salone Internazionale del Libro a Torino, insomma è stata davvero una grande avventura.

#Poesiaespressa è diventata virale, pensa che Tper mi ha chiesto di scrivere poesie per il giorno di San Valentino lo scorso anno in via Rizzoli. La cosa che più mi piace di tutto questo è vivere la poesia come performance, portarla in un contesto di semplicità relativa, rompendo quel velo che da sempre sembrava avvolgerla, confinandola quasi solo in alcuni salotti accessibili a pochi».

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