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Silvia Avallone: “Quello che di più importante hanno le persone è invisibile, la parola è l’unico modo per arrivarci”

22-01-2021

Di Pietro Romozzi

Chi sei senza gli altri? È questa la seconda domanda sulla quale stiamo convogliando le riflessioni di personaggi del mondo delle arti e dello spettacolo. A tal proposito è difficile immaginare un interlocutore migliore di Silvia Avallone: scrittrice, vincitrice del premio Campiello Opera Prima con Acciaio (Rizzoli, 2010) e uscita recentemente con Un’amicizia (Rizzoli, 2020). 

 

Nel suo ultimo romanzo, Silvia Avallone esplora il profondo legame tra Elisa e Beatrice, amiche d’infanzia che la vita e, non secondariamente, la tecnologia e i social network, hanno allontanato. Chi siamo dunque senza gli altri o, guardando l’altra faccia della medaglia, quanto ci definisce il rapporto con gli altri?

“L’amicizia, specialmente durante l’adolescenza quando ci si sgancia dalla famiglia, è un rapporto essenziale per costruire la propria identità. Non possiamo immaginare chi desideriamo essere senza specchiarci nei desideri degli altri, così come da adulti non riusciamo a fare i conti con la nostra storia se non ascoltiamo la storia degli altri: l’altro è il luogo dove noi sperimentiamo la nostra libertà e la conoscenza di noi stessi”.

Ciò vale anche e soprattutto per le protagoniste di Un’amicizia; le abbiamo nominate, cerchiamo di inquadrarle meglio: da una parte Elisa, aspirante scrittrice china sui suoi diari, dall’altra Beatrice, influencer che vende al web la propria vita in scatti. Elisa è parola, Beatrice è immagine; come si rapportano questi due linguaggi nel tuo romanzo?

“Nel romanzo riporto lo sguardo della mia generazione, i nati negli anni 80; ripenso ai diari segreti in cui si cercavano le parole per ‘battezzare’ la questione misteriosa che è la propria vita e si scriveva per fare i conti con sé stessi. Le poche foto fatte finivano spesso in un cassetto. La parola aveva anche grande rilievo nel discorso sociale, si leggevano molti giornali e libri. Con internet e i primi blog la parola aveva ancora il primato, poi con il social l’immagine è diventata strumento diffuso per raccontarsi.

Credo però che alla vita serva ancora la letteratura: la nostra storia è la nostra identità, ma questa storia non la si vede se non la si racconta anche parlando degli insuccessi e dei fallimenti. Queste parole sono tabù nei social, dove si prediligono immagini di felicità, di performance, di risultati raggiunti. In questo senso una storia fatta di parole aiuta la solidarietà, perché ci porta a capirci e ad ascoltarci restituendo la complessità della nostra storia; l’immagine tende invece a semplificarci nell’istante, portandoci a giudicare“.

 

Resta tuttavia la centralità dei social nelle nostre vite. Potremmo pensare a un modo per evitare la semplificazione che comportano?

Dovremmo mettere i social al servizio della realtà e della complessità.

Con la pandemia ho notato alcuni segni di cambiamento: prima si faceva un uso narcisistico dei social, seguendo i diktat dell’individualismo e del materialismo negando la perdita o il fallimento. Poi, con il lockdown, sono aumentati i consigli di lettura, l’ostentazione di un certo luogo ha perso di senso per ovvie ragioni e si è recuperato il dialogo proprio perché non lo si poteva fare più in presenza.

I grandi temi li affronto comunque con un romanzo, ma ci sono tantissime riflessioni minori o rimandi a discorsi più approfonditi, ad esempio attraverso un articolo, che si possono fare sui social e allora diventano un utile strumento”.

 

E se invece fossimo totalmente fuori strada e l’immagine non fosse altro che la naturale evoluzione della parola così come il computer ha superato la macchina da scrivere? Pensi che l’uomo del 2050 possa esprimersi solo mediante immagini?

“Assolutamente no! Il rapporto tra parola e immagine è complesso, come Elisa e Beatrice sono opposti e complementari, si attraggono e respingono. Per me la parola resta la porta d’accesso dell’invisibile: apro un libro e divento l’anima del personaggio, solo attraverso la letteratura entro nella sua interiorità. L’immagine racconta il visibile, l’esteriorità, che comunque conserva il suo fascino ammaliatore e ‘stregonesco’.

Credo tuttavia che ciò che di più importante hanno le persone sia invisibile e la parola, appunto, è l’unico modo per arrivarci”.

Silvia Avallone

Che si tratti di un diario o di una bacheca fotografica, ciò che emerge prepotentemente è la necessità dell’uomo di narrarsi. Da dove deriva, a tuo avviso, questo bisogno?

Dalla necessità di capire e di salvare: ogni storia che racconto parte dalla volontà di affrontare un tema, che non significa trovare una soluzione, significa approfondire la domanda. Un romanzo non offre soluzioni perché la vita non ne offre, tuttavia va attraversata ‘in presenza’, cioè senza fuggire sé stessi e cercando di comprendere il mondo che si abita.

Allo stesso tempo bisogna trattenere ciò che sentiamo importante nella nostra vita e in quelle degli altri, perché nel silenzio tutto si perde“.

 

Tuttavia anche nel racconto più onesto la verità viene evitata, resa ad esempio più intensa o in qualche modo modulata…

“Citando la Morante, ogni narrazione è ‘menzogna e sortilegio’: c’è sempre il tentativo di fare più bello il dolore o più significativo il vuoto. Tanta parte di noia, di banalità o di mistero incomprensibile resta fuori dalla narrazione. D’altra parte la vita è, a volte, inaccettabile e allora la menzogna è utilizzata a fin di bene per renderla più accettabile. 

Tuttavia, attraverso il sortilegio di queste menzogne, si accede a una verità: la verità umana del sentimento, della fragilità, dell’emozione”.

 

Avvicinandoci alla conclusione, vorrei tornare su Un’amicizia con una domanda più personale. Parteggiando per Elisa, oltre che leggendo alcune tue interviste, presumo tu non sia in prima linea come influencer, seppure la tua grande popolarità o, lavorativamente, la promozione dei tuoi libri, ti richiedono di interpretare questo ruolo. Qual è il tuo rapporto con i social?

“Inizialmente ho temuto un po’ i social e ho avuto momenti di conflittualità, alla fine sono una figlia della letteratura e della vita in presenza quindi ho fatto un po’ fatica a ritrovarmi in questi strumenti. Piano piano ho iniziato a prenderci un po’ le misure, a capire soprattutto chi mi scriveva conoscendo le persone che mi seguivano e le loro storie. I social diventano preziosi quando usciamo dal quantitativo per entrare in una dimensione qualitativa: chi è questa persona? cosa mi sta scrivendo? Che vita ha? Sviluppo così una relazione con i miei lettori, importantissimo soprattutto in questo momento.

Scrivendo ‘Un’amicizia’ e considerandone le tematiche ho voluto provare a raccontare attraverso i social alcune fasi di scrittura, e specie nei momenti bui e di sconforto è stato spesso utile e terapeutico sapere che ci fossero lettori curiosi che mi stavano aspettando.

Vorrei sottolineare però che non sono sui social perché ci ‘devo’ essere, ma perché voglio esserci alle mie condizioni, scegliendo ciò di cui voglio parlare e quello che invece preferisco far restare in casa. Per fare un uso maturo dei social la cosa più importante è scegliere“.

 

Infine, parlavi del gradito ritorno sui social dei consigli di lettura. Vorresti darcene alcuni?

“Consiglierei tre libri: una nuova uscita, un’uscita recente e un classico. Il primo: ‘La spinta’ di Ashley Audrain, un’opera molto intensa che esplora la solitudine della donna che diventa madre.

Un’uscita meno recente è ‘L’educazione’ di Tara Westover, un’autobiografia che racconta la vita in una famiglia mormona americana. Un libro utile per capire quanto sia importante l’istruzione non solo in termini di conoscenza astratta ma anche di identità e di emancipazione, in questo caso dalla famiglia.

Infine, il classico. Più che un singolo titolo consiglio un’autrice, Elsa Morante. Ho scritto la mia tesi su di lei; trovo ingiusto vederla confinata nei paragrafi secondari delle antologie all’ombra dei colleghi uomini, quando è un vero gigante della letteratura. Ho amato tutti i suoi romanzi”.

 


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