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Giuseppe Palmisano: “Sui social gli altri sembrano tutti migliori di te”

06-01-2021

Di Sara Santori

Pronto, Giuseppe?

Ciao Sara, come stai?

Bene, tu?

…bene.

Mi sono reso conto che una volta rispondevo ‘molto bene!’, perché è così, quando non c’è niente che non va. Ora, che vuol dire stare bene se tutto intorno non va?”.

 

È il pomeriggio del 31 dicembre 2020, ultimo giorno di quell’anno che credo ricorderemo tutti in modo netto per il resto della vita.

Giuseppe Palmisano è un artista.

Origini pugliesi, vive a Bologna. Viene dal teatro e approda alla ricerca fotografica, dando vita a lavori e performance collettive, sia in termini di presenza fisica, come le foto delle 300 ragazze di Vuoto e Vuoto 2 del 2017 e 2018 che vi abbiamo raccontato qui, sia in termini richieste di partecipazione a opere condivise.

Come non pensare a lui quindi per rispondere alla seconda domanda “manifesto” che ci siamo poste: Chi sei, senza gli altri?

Ne è uscita una riflessione più ampia sui temi della condivisione, dei social, dell’identità e della presenza fisica. E tante domande, che ha fatto lui a me (e a tutti noi).

Vuoto di Giuseppe Palmisano

Partiamo dalla prima parte della domanda: chi sei? Chi è Giuseppe come persona e come artista?

Questa è la domanda per eccellenza, anche al di fuori di questo periodo. Il filo che collega queste due parti di una persona è sempre molto labile e impercettibile e si assottiglia ancora di più se l’artista lavora con l’umano, con le persone”.

 

Chi sei, senza gli altri?

“In questo periodo questa riflessione è stata ancora più presente perchè ci siamo trovati confinati da soli. Ho scoperto una sfera intima nelle cose che faccio per me.

Da sempre ho una profonda attitudine nella condivisione con gli altri: vengo dal teatro, dove la condivisione parte dalle idee, dalle prove, fino alla presenza del pubblico. Il privato, lo studio, la ricerca di quello che stavo facendo, non è mai esistita per me. E in questo periodo chiedermi ‘Cosa faccio per me stesso per davvero?’ è stato un atto egoistico, che ho fatto per me.

Non ho mai condiviso le mie cose personali, se non richiesto, ma proprio perché il confine è così labile è quasi impossibile non condividere nulla. Ma la condivisione sui social è un’arma a doppio taglio: se non fai niente ti senti fermo, poi guardi gli altri che pubblicano cose e ti sembra che siano migliori di te.

Io poi, che ho sempre bisogno di fare, mi intristisco a guardare le vite degli altri. E così, ho deciso di staccare dai social. Quando ho ripreso a mostrarmi mi hanno detto che apparivo più sereno, cambiato.

La forzatura al confinamento del singolo ha alleggerito in me quell’ansia da prestazione di condivisione sociale che porta all’esposizione delle cose che facciamo, alla sovrabbondanza di materiale che mettiamo sui social. Se le cose nessuno può farle, allora va meglio. Quell’ansia di condivisione decade.

Ho sempre considerato il mio lavoro uno di quelli in cui bisogna sempre essere felici. Si crede che la libertà di scelta di un lavoro così si rifletta sulla sfera personale, ma per me non era così. Questa condivisione mi allontanava da mio, mio, solo mio.

 

Scusami sto perdendo il filo, mi dispiace per te, non parlo con qualcuno dal 20 ottobre! Cosa stavamo dicendo?

Romanticamente, senza gli altri non siamo nulla. Ma con i social, cambia tutto.

Senza la dimensione social, non siamo nessuno senza gli altri. Senza quella narrazione, cosa sono?

Non è una domanda, è un esercizio: Cosa faccio, senza gli altri? Cosa sono le cose quando non le vediamo? Cosa facciamo noi quando non ci sono gli altri? Come mi vesto per stare in casa e come mi vesto se devo uscire? Sappiamo che bisogna lavarsi i denti prima di andare a dormire ma, se non ti vede nessuno, lo fai o non lo fai?

Non voglio essere banale, ma gli altri servono a scoprirci, a insegnarci a comportarci con gli altri. Ma ci insegnano anche come comportarci con noi stessi? E soprattutto: cosa sono stati gli altri negli ultimi anni per noi? Presenze fisiche o un telefono accanto a noi mentre mangiavamo?

Di sicuro in questo periodo ci è mancata la realtà fisica. Sono stati mesi nostalgici, di resoconti degli anni passati, delle cose che non potevo fare… Il resto fa schifo se non posso condividerlo. Del resto il social ha questa tendenza alla felicità perenne…”.

 

Ripensiamo insieme alle sue opere degli ultimi anni in relazione alla nostra domanda.

Il progetto #ilfallimentodelmezzo, iniziato nel 2019, era un’esplorazione del mezzo social e del rapporto con gli altri, attraverso il coinvolgimento dei follower, gruppi Telegram, domande collettive. “Mi chiedevo cosa si potesse fare nei social” e così: una storia, un walzer, un’orgia, risate, domande e risposte, complimenti. “In un post del 13 settembre 2019 chiedevo ‘Fatemi raggiungere 10k follower’ quando io in realtà in quel momento ne avevo 13.000”.

 

Il progetto 365pipo, che vi abbiamo già raccontato, dove hai chiesto proprio ad altri di fotografarti, tutti i giorni, per un anno, per avere una visione di te stesso, ora sarebbe impossibile. Anche perchè la maggior parte degli scatti sono in locali pubblici, o in compagnia.

“In realtà la visione principale era sempre comunque mia. Era più uno studio antropologico dei comportamenti altrui, una visione mia degli altri. Uno studio in termini di adesione, di presenza fisica e realtà social: sui social è facile aderire a un progetto, ma quando poi si deve tradurre in impegno concreto e reale…

In un progetto così non mi viene dato molto su di me, chi partecipa non sta rischiando nulla, si toglie il pensiero in 5 minuti. L’arte è uno specchio e nessuno si è dimostrato per quello che è. Cosa sono senza gli altri? Se gli altri non sono davvero quello che sono, non riesco a scoprire cosa sono io. Gli altri senza loro stessi non mi danno la possibilità di capire cosa sono senza di loro.

La percezione degli altri su di me è più legata a quello che faccio, quando mi criticano, dando un apporto a quello che faccio”.

 

“Questo ha molto a che fare con la domanda. Quella parte della mia identità era quella che aveva a che fare con gli altri, nella parte mediatica. Cosa sono diventato io per gli altri e il volere degli altri, che ha influito su di me.

Visto che vi piace tanto e che vi siete tanto identificati in me, siatelo voi.’ Di me-me rimane la volontà di aver iniziato. La mole di parole che hanno dato gli altri ai miei lavori, le definizioni altrui, tutto quanto non è più controllabile, che diventi degli altri.

Ho tolto quella parte di me.

Uso molto la dimensione del condividere qualcosa cercando di essere meno possibile l’autore della cosa. Ora è un esercizio attivo, prima era passivo. Ora è condivisione voluta, rendere il mio lavoro non mioÈ ricerca di autorialità diffusa: questa cosa esiste perchè abbiamo contribuito tutti.

Come definirla mia se nel momento in cui la metto al mondo non è più mia? È il tema della nascita. L’artista, come la madre, è una figura generatrice. Non c’è possessione e l’artista deve capirlo”.

 

Nel post Instagram dove annunci la vendita scrivi: “Ho deciso di far un’asta di addio, di giocare fino all’ultimo, cosa che mi è sempre piaciuto fare. Infatti quando non mi diverto più cambio”. Ti diverti ancora?

“Sì. Voglio che questo sia un mantra. Alcuni dicono che ci sono cose che si devono fare e quindi vanno fatte, io non ci credo. Quando non si sta bene si può cambiare e smettere di fare una cosa; è onesto con se stessi. Non bisogna avere paura di dire: ‘io non sono più questo’, bisogna avere il coraggio di rischiare, di mettere a repentaglio se stessi e le cose. È ciò di cui vado più fiero dell’ultimo periodo.

È l’augurio che mi faccio, e che estendo anche agli altri”.

L’oper-azione, come l’hai definita tu, Ogni cosa è abbandonata (2020) parla di sottrazione, di assenza, di vuoto. Hai chiesto a chi voleva partecipare di portare un oggetto simbolo del proprio essere, di donarlo e abbandonarlo, scegliendo insieme a te dove collocarlo nello spazio e divenendo così parte di un’opera corale. Cosa hai perso negli ultimi mesi? Quale assenza è stata la più deflagrante?

La vita è la cosa più artistica e potente che c’è. Lo è anche negli avvenimenti negativi. Ho ‘perso’ delle persone care e lo sconvolgimento di questi avvenimenti conferma la riflessione che nessun’opera d’arte potrà mai competere con la vita, né che potrà mai far provare abbandoni più totali e sorprendenti.

La vita non ha mai un copione, è l’autore supremo”.

Ogni cosa è abbandonata di Giuseppe Palmisano

Progetti futuri?

“Ne ho diversi in programma da tempo, ma erano stati pensati per essere realizzati in presenza, faccio resistenza al volerli adeguare finché non avremo metabolizzato tutto, e per questo ci vorranno anni. Quindi sono fermi, ma non immobili, perché le idee non lo sono.

Di idee ne ho tante, alcune realizzabili, altre no. Il problema è che se non faccio, mi vengono in mente altre idee, che non faccio. Quindi ho deciso che farò un libro di idee”.

 


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